Critica

Figura sulla poltrona e rondini 2010, olio su tela, 70x70, dettaglio
Figura sulla poltrona e rondini 2010, olio su tela, 70x70, dettaglio

Floriano De Santi

catalogo mostra "Comune di Corsico" Corsico, ottobre 1999

Il pittore-viaggiatore, ma anche lo scrittore che descrive i propri viaggi, o il cineasta che li filma, è un inventore ma anche un non inventore. Nel senso che egli si muove, guarda, sente, registra, si impressiona, s'infinge immagini mentali ed emozioni, ha esperienze dell'altrove e del diverso che visita e vi attinge materiali per una messa in opera del proprio lavoro. "... In quella Danimarca in cui da anni Marchesotti soggiorna per qualche mese, ispiratrice e protagonista del suo più recente ciclo pittorico "Figure e paesaggi del nord", dove anche si rappresentano i contadini e i pescatori; in quel paese tutto è appunto pianura, piattezza del mare o della terra fino al cerchio lontano dell'orizzonte. Nè monti nè colline interrompono la monotonia senza limiti". "... Nei dipinti "Le dune di Houstrup" e "Paesaggio del nord", entrambi del '98, tra mare e terra esiste un rapporto quasi di continuità, di fusione; arie intrise di salmastro arrivano fin dentro la terra, odori di fieni raggiungono la costa che si fa soglia, "limen", diviene-in una parola-spazio intermedio tra l'essere e il non essere, là dove, come aveva detto Holderlin, il "possibile diventa ovunque reale". "... L'altra parte del "corpus" pittorico di Marchesotti è dedicato alla figura umana, che egli un pò inchioda sulla tela con una evidenza esasperata e visionaria"; "... L'allungarsi e il contorcersi delle forme, che ricorda per certi aspetti Soutine e Varlin, divengono più che mai fusione ferace e disperata di colore, senso di fiamma, fluire della materia in spiritualità". "...Si potrebbero fare sottili disquisizioni e distinzioni ermeneutiche per spiegare la sua appartenenza o meno all'espressionismo, e le caratteristiche del suo linguaggio espressionista, marcandolo di una qualità "fiamminga" più che tedesca. Soutine gli si attaglia per l'eccitazione immaginifica orlata di una bruciatura vaneggiante ed utopica; Nolde per l'intensità dell'interpretazione cromatica. Ma, come non è vero realista, così Marchesotti non è vero espressionista. Certo egli si è servito con minor necessità di stilemi munchiani; ha ritenuto della "Nuova Oggettività" certe asprezze e rotture formali (non la compiacenza alla crudeltà che sembra quasi far uscire un Grosz o un Dix dall'umano)".

Filippo Abbiati

catalogo mostra "Comune di Siena" Siena, 1997

L'inquietudine dell'esistere a questo maestro civile e silenzioso, viene dallo studio del soggetto. La sua ricerca parte sistematicamente, metodologicamente dal "fuori", dall'aspetto, dall'apparenza, per arrivare al "dentro". La figura è dunque sempre al centro della sua indagine pittorica. Una figura che si esaspera, si contorce, diventa inquietante, a volte volgare, ferita, grondante fatica e cinismo. "...La "diversità" dell'artista raggiunge esiti altissimi là dove i sociologi hanno scritto milioni di pagine tediose. Donne, uomini, puttane e travestiti ci vengono offerti in queste tele di grande formato "come sono" dentro, come sono "davvero" perché lui, il pittore, li ha guardati per ore rubando le loro rughe, le pieghe del corpo, gli sguardi cerchiati, le labbra troppo dipinte e troppo usate". "... L'interno con poltrona è tema ricorrente, l'"Uomo che mangia l'anguria" è falsamente ludico con quelle palle colorate che ne invadono il fondo; E ancora torsi con il sesso vivo, rosso, su uno sfondo cinerino, funereo". "...In una serie di "Nudi in poltrona" le figure sono ingabbiate, chiuse in confini profondi. Negli sguardi c'è la rassegnazione dei condannati alla vita. Sono forse i momenti più drammatici dell'osservatorio di Marchesotti".

Mario De Micheli

catalogo mostra "Comune di Siena" Siena, 1997

Nei quadri di Marchesotti c'è tumulto ed energia. "...Ogni sua immagine diventa così metafora o traslato della nostra condizione umana. Si guardino con questo occhio i suoi nudi femminili e maschili, le sue inquiete figure: ogni immagine che egli raffigura, posside una vitalità inaudita, un'implicita potenza". "... Eppure, c'è sempre dietro di loro qualcosa che pare privarli di essere liberi e sovrani, di godere d'un fervore e vigore possibili".

Enzo Fabiani

catalogo mostra "Comune di Siena" Siena, 1997

In Marchesotti avviene una sorta di mimetismo psico-pittorico che, direi, lo porta a superare la stessa oggettivazione del motivo mediante la pittura, trascinandolo anima e corpo nell'urlo, nel disagio e addirittura nel gusto della disperazione, del disfacimento. "... Si vedano nella vasta produzione di Marchesotti alcuni quadri in cui l'urlo cede, nella rappresentazione, a una turbata quiete. Come "Fatto di cronaca" del 1980, dove abbiamo di fronte, una nuda distesa, mentre un uomo giace lacerato dietro di lei e alcune maschere variamente giudicano occhieggiando sul fondo. Ebbene, anche quì c'è dramma e amara delusione: tuttavia i due corpi, pur se in diverso stato, hanno qualcosa di solenne e di umano (molto intenso è il viso del giovane) che richiama il dolore accettato, sia pure con malinconica pazienza. Vi sono poi alcuni quadri che hanno per protagonista una sorte di nobile decaduta, anzi disfatta, e sono di forte e equilibrata resa" "... Uno spettacolo in cui c'è un triste addio al corpo, alla bellezza, alla giovinezza; un addio provocato dal cedimento e dal vizio che la fanno apparire come una condannata, una vittima appunto, che sente avvicinarsi al collo il cappio della fine. Non c'è quì l'urlo, né la ribellione, ma la resa a un buio eterno senza rancore verso se stessa, ma semmai compatimento".

Claudio Rizzi

catalogo mostra "Comune di Verbania" Verbania, 1995

E' un mondo inquieto per Massimo Marchesotti. Inquieto perché costante è la sua ricerca; e inquieta perché sentita, se non sofferta, la sua sperimentazione. "... Da Bonnard, certo impatto di prima influenza, via via percorrendo le strade di una interpretazione sempre più impulsiva in quanto sintesi di percezione e linguaggio, a Kirchener; e una professione di rispetto, quasi affetto a Soutine e Derain. Quando la meta d'osservazione, il fine o pretesto pittorico che dir si voglia viene ad essere figura, volto o corpo, immagine con l'anima e psiche di inquietudine, ecco compaiono i maestri, Schile e Dix e Grosz e nella contorsione degli elementi, nei tratti, nelle afonie laceranti di sofferenza, echeggiano come letture di grande insegnamento Francis Bacon e Lucien Freud.

Raffaele De Grada

"Espressionismo a Como" da "Corriere della Sera" Milano, 1991

La pittura di Marchesotti riporta al "realismo" degli anni 50, a quella intenzione di rappresentare la figura umana nell'ordine del "fare", dell'"agire" nel presente della società. Il suo linguaggio fa parte di quella vasta corrente dell'Espressionismo che si prolunga dagli esempi di Otto Muller e di Max Beckmann in poi. E' una pittura di vitalità aggressiva che sostituisce l'"urlo" alla comunicazione. Il segno incisorio e il colore sono adoperati con l'essenzialità dell'opera grafica, lontano dalle modulazioni e dalle raffinatezze cromatiche. Le scene di sesso e i nudi, specialmente quelli in "deshabillé" ricordano l'impietosa iconografia di Grosz, il modello primario che persiste nell'immaginario di Marchesotti. Ne deriva un'ossessione del violento e dell'esasperato, una sorta di follia che invece di prendere i canali del surreale insiste in un'atroce deformazione del reale. Nelle grandi composizioni di nudo la tecnica dell'artista è Kokoschiana. Il suo merito è quello di non evadere in un facile espressionismo astratto e di affrontare, con personalità originale, temi già toccati da illustri precedenti come quello del giovane che divora l'anguria come se fosse la testa del conte Ugolino.

Giorgio Trevisan

da "L'Arena di Verona" Verona, 1987

La Galleria dello Scudo presenta una mostra di Massimo Marchesotti. Una rassegna di opere nelle quali si assiste ad una sorta di urto violento tra l'immagine dipinta e la forte emozione che se ne deduce, osservando i soggetti rappresentati da questo "tumultuoso"pittore milanese". "... La pittura di Marchesotti si carica di tutte quelle tensioni, quelle paure, quelle inquietudini che l'uomo contemporaneo deforma, dilata, vive con "soffocante follia" a testimonianza di una realtà che giorno dopo giorno non migliora, ma si fa sempre più drammatica, sempre più difficile".

Rinaldo Sandri

da "L'Adige" Trento, 1985

Massimo Marchesotti per la prima volta si è presentato con una mostra personale in questa città del trentino. "... Che piaccia o no la sua mostra fa pensare". "... Quell'uomo che porta sulle spalle un quarto di bue nel mattatoio ha un gesto che richiama il gesto antico del condannato. Il suo corpo nudo, emaciato, teso nello sforzo di sostenere un peso della croce desta pietà. E se vedendo la donna del mattatoio in viola, donna che sfrontata fruga nello sguardo dentro il nostro sguardo si pensa alla Maddalena, non si può che esserne turbati".

Marina Di Stasio

da "L'Unità" Milano, 1984

Massimo Marchesotti ha presentato alla Galleria d'arte Ciovasso i suoi ultimi dipinti: opere di grandi dimensioni, dedicate per la maggior parte al tema del mattatoio, un soggetto molto caro agli artisti del nostro tempo per la potenzialità metaforica, di cui Marchesotti dà una sua originale interpretazione. Notevole è la forza, la violenza di queste figure, accentuata dall'intensità del colore e dall'arditezza delle architetture sullo sfondo.

Mario De Micheli

catalogo mostra "Galleria Ciovasso" Milano, 1984

Caro Marchesotti, sto ripensando ai quadri che mi hai fatto vedere qualche settimana fa nel tuo bello studio di via Paolo Sarpi. "... non c'è dubbio che tu sia pittore d'impegno, cioè un pittore che non declina le proprie responsabilità quando si mette davanti alla tela. La coscienza dei tuoi rapporti col mondo, con le sue contraddizioni, coi motivi della violenza che vi insorgono, è una coscienza sensibile e viva, che genera in te sdegno e dolore, rifiuto e condanna"."... Ecco perché, nelle tue opere tu tendi al "grande"."...Il quadro di cavalletto ti va stretto come quelle camice di forza che stringono i tuoi personaggi, metafore della coercizione che su di noi esercita una società sbagliata e prevaricante".

Giorgio Seveso

L'escluso è un Uomo - Catalogo mostra "Palazzo dell'Arengario" Milano, 1983

Le immagini di Marchesotti hanno tutta la brutalità e la scomoda, inelegante asprezza della verità. C'è in loro lo specchio impietoso di un giudizio, di un discorso morale che si impone di guardare alla nostra quotidiana realtà senza veli, senza ipocrisie né anestesie, e di cavarne fuori con il gesto netto del chirurgo l'intimo substrato di violenza, di prevaricazione, di solitudini e contraddizioni inaudite. "...Al centro del suo lavoro, infatti, è sempre l'uomo contemporaneo, la persona, l'Io prevaricato ed alienato nelle sue più gelose disposizioni, nei suoi più intimi e veri bisogni. L'amore, il sesso, l'amicizia, la vita stessa: tutto è violentemente deformato, è costretto a viva forza nei rigidi schemi d'un comportamento imposto dai dogmi impersonali della nostra cultura, e ciò che stride o si urta a queste griglie della "normalità" s'immerge nella più desolata delle solitudini fino all'abbraccio soffocante ed ambiguo della follia".